Trilogia d’autunno

Rigoletto

melodramma in tre atti
libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma Le roi s’amuse di Victor Hugo

musica di Giuseppe Verdi
(Casa Ricordi, Milano)

Il Duca di Mantova Giordano Lucà
Rigoletto, suo buffone di corte Francesco Landolfi
Gilda, di lui figlia Venera Protasova
Sparafucile, bravo Antonio Di Matteo
Maddalena, sua sorella Daniela Pini
Giovanna, custode di Gilda Cecilia Bernini
Il Conte di Monterone Giulio Boschetti
Marullo, cavaliere Paolo Gatti
Matteo Borsa, cortigiano Giacomo Leone
Conte di Ceprano Adriano Di Bella
La Contessa, sua sposa Giulia Mattarella
Paggio della Duchessa Vittoria Magnarello

direttore Hossein Pishkar
regia e ideazione scenica Cristina Mazzavillani Muti
light design
Vincent Longuemare
visual designer Paolo Miccichè
video programmer
Davide Broccoli
costumi
Alessandro Lai

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
maestro del coro
Martino Faggiani
altro maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina

“DanzActori” Trilogia d’autunno
direttore di scena Luigi Barilone

maestri di sala Alessandro Benigni, Davide Cavalli
realizzazione scene
Laboratorio del Teatro Alighieri
costumi Tirelli Costumi Roma  calzature Pompei Roma

nuovo allestimento
co
produzione Ravenna Festival, Teatro Alighieri Ravenna


Una nuova maratona lirica: tre titoli che si susseguono una sera dopo l’altra sullo stesso palcoscenico, ritmi serrati e un laboratorio che gioca sul filo dell’invenzione e della creatività, intrecciando giovani talenti e moderne tecnologie. È la trilogia d’autunno, che ancora una volta sceglie di indagare il genio di Giuseppe Verdi, trasformando il palcoscenico dell’Alighieri in una vera e propria “fabbrica dell’opera”, capace di dare corpo e voce a tre diversi momenti del suo percorso artistico. A una produzione inedita si affianca la rilettura di lavori già presentati (dal “repertorio” che la formula autunnale già può vantare): muovendo dall’afflato biblico e corale che domina il Nabucco, alla luce che scaturisce dal buio esaltando l’anima di Rigoletto, fino al drammatico contrasto cromatico che unisce/separa Otello e Desdemona.

Non poteva che essere Nabucco ad aprire la Trilogia destinata a ripercorrere la straordinaria parabola creativa di Verdi. L’opera con cui, nel 1841, egli riesce a risorgere dalle avversità del destino e a riprendere in mano la propria vita, di uomo e di musicista, e in cui la dimensione biblica e profetica sfocia in un affresco corale capace di assorbire e sussumere in sé le singole individualità, verso un’ideale unione dei popoli. È in quella partitura che si gettano le basi del successo irresistibile di Rigoletto, primo tassello nel 1851 del trittico “popolare”, e tra tutte l’opera prediletta dall’autore, per la definizione viva del protagonista in un quadro di perfetta unità drammatica. E, in fondo, anche dell’estremo rinnovamento che in Otello (1887) germoglierà dal verbo shakesperiano, approdo inevitabile della “parola scenica” verdiana.