Logo Ravenna FestivalRavenna Festival 13 VI - 18 VII 2008
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Orchestre Cherubini
  Le vie dell'amicizia
Immagine Ravenna Festival
Sarayevo 1997
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Beirut 1998
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Gerusalemme 1999
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Mosca 2000
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Erevan 2001
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Istanbul 2001
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New York 2002
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Il Cairo 2003
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Damasco 2004
El Djem 2005
Meknès 2006

Palazzo del Quirinale
Cortile d'Onore

Mazara del Vallo
P.le Giovan Battista Quinci

Il 14 luglio 1997 Ravenna Festival traccia la prima delle sue "Vie dell'amicizia", attraversando il mare Adriatico per raggiungere Sarajevo, la città martire bosniaca. Le note dello schubertiano Canto degli spiriti sulle acque e poi dell'Eroica di Beethoven, interpretate dall'Orchestra e dal Coro della Scala, sotto la direzione di Riccardo Muti riaccendono l'orgoglio, il profondo senso di dignità umana di un popolo che vuole lasciare alle proprie spalle l'orrore e la ferocia di una guerra fratricida, per riconquistare, grazie alla musica, anche per un solo  ma intenso attimo, la serenità perduta.
Crediamo che nulla meglio delle parole di gratitudine e di commozione di un testimone d'eccezione - lo scrittore Zlatko Dizdarevic - possano rievocare quella sera al Centro Skenderija: "…per la prima volta dal giorno in cui il nostro dramma è cominciato, abbiamo sentito con tutti i sensi che la speranza del mondo è la cultura senza frontiere, l'elevazione dello spirito e la potenza della musica che Lei con tanta forza ha diretto. ...la dignità restituita è molto più delle case ricostruite. Non lo dimenticheremo mai. Mi permetta di aggiungere: non lo dimenticherà la storia."

Da allora altri ponti sono stati gettati, altre vie tracciate: il 26 luglio del 1998 quest'esperienza di gemellaggio sonoramente spirituale e solidale con gli uomini, la loro storia e la loro terra, ha trovato nuova linfa con il "Progetto Ravenna-Beirut". L'Orchestra Filarmonica, Riccardo Muti ed il Coro della Scala hanno attraversato questa volta il Mediterraneo, grembo della nostra storia, della nostra civiltà, ed anche nella città di Beirut, mille volte distrutta e mille volte rinata - come ha scritto il grande poeta libanese Gibran Khalil Gibran - è risuonata la forza pacificatrice e rasserenante della grande musica, che unisce laddove altri hanno diviso. Anche in questo caso la musica si è rivelata necessaria nella sua capacità di parlarci, direttamente e meglio di ogni altro linguaggio, delle vicende tormentate di donne e uomini a cui la vita pare aver negato la possibilità di guardare serenamente e con fiducia al futuro.
 
Da Sarajevo a Beirut, il tragitto che ripercorre idealmente le antiche terre di Bisanzio - crocevia di popoli erranti e di tutto un mosaico policromo di culture, religioni e lingue - ci ha condotti, vorremmo dire inevitabilmente, ad un'altra, suprema meta: Gerusalemme.
Crediamo che nulla meglio di questo luogo, meta per eccellenza di pellegrini, abbia potuto riassumere in se il senso, il significato umanamente inteso di duemila anni di storia e concludere il ciclo delle tre edizioni di Ravenna Festival dedicate a "I Pellegrinaggi della Fede". Gerusalemme, città che sopra ogni altra esprime il senso del divino, città per questo amata e contesa, città simbolo per le tre grandi religioni monoteiste, affascinante luogo di incontro e scontro di differenti culture, è divenuta tema e meta dell'edizione 1999 di Ravenna Festival: tema, perché attorno a Gerusalemme e a quanto essa rappresenta e ha significato nella storia, si è mosso l'articolato programma di eventi, concerti e spettacoli del Festival; meta perché Ravenna Festival, continuando la tradizione dei ponti di amicizia ha portato a Gerusalemme uno dei suoi concerti più significativi. Riccardo Muti, l'Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala, Roberto Gabbiani, Barbara Frittoli, Violeta Urmana, Vincenzo La Scola e Giacomo Prestia  sono stati i protagonisti della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi eseguita a Gerusalemme in una delle cornici più affascinanti della città: la Piscina del Sultano.
Nello febbraio 2000, al termine dell'annuale Meeting Internazionale, la Jerusalem Foundation, che collaborò alla complessa e delicata organizzazione del concerto, ha conferito a Cristina Mazzavillani Muti, presidente di Ravenna Festival il "Jerusalem Foundation Award",  premio istituito proprio a partire dall'eccezionale occasione creata dal concerto. Nella motivazione, sottoscritta tra gli altri da Teddy Kollek, leggendario Sindaco della Città Santa, si coglie appieno il senso di gratitudine ed il consenso per questa nuova meta del percorso di fratellanza intrapreso dal Festival: "…per la sua grande dedizione alla ricerca di pace e comprensione fra le differenti nazioni e religioni attraverso l'arte e la cultura, il progetto "Le Vie dell'Amicizia" nell'ambito di Ravenna Festival, riflette la sua personale capacità di superare le complesse difficoltà e raggiungere le persone attraverso i mari e le umane barriere, portando un messaggio di pace, amore e cooperazione. Il concerto, tenuto a Gerusalemme nel luglio del '99 è stato un'indimenticabile espressione di questa capacità e un nobile gesto per la Città e per i suoi abitanti".
 
Dopo Gerusalemme è stata la volta di Mosca dove il 24luglio al Teatro Bolshoi si è conclusa l'edizione 2000 di Ravenna Festival, celebrando il legame fra due città accomunate storicamente e culturalmente da una comune matrice bizantina che trova nel mosaico il suo luminoso simbolo. Nel prestigioso teatro moscovita il Festival ha costruito un nuovo ponte di fratellanza attraverso l'arte e la cultura con il concerto che ha visto Riccardo Muti dirigere l'Orchestra ed il Coro della Filarmonica della Scala, che per l'occasione si sono uniti all'Orchestra ed al Coro del Teatro Bolshoi, nell'esecuzione della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven. L'inno An die Freude (Alla gioia) su testo di Friedrich Schiller ha costituito una sorta di elevatissimo commiato al secolo ed al millennio lasciato alle spalle, ed un saluto colmo di speranza per quello appena inaugurato, in questa "estasi dinanzi al mistero assoluto" del capolavoro beethoveniano.
 
Nel 2001 il percorso de "Le Vie dell'Amicizia" è ripreso proponendo per la prima volta un duplice appuntamento: il 23 e 24 luglio è stato costruito un doppio ponte nei confronti delle città di Erevan ed Istanbul con due tappe-concerti che hanno avuto come protagonisti, ancora una volta, Orchestra e Coro della Filarmonica della Scala, diretti da Riccardo Muti con un programma integralmente verdiano. Se ben note sono le radici storiche comuni tra Ravenna e Istanbul (l'antica Bisanzio), e la stessa inimitabile architettura della basiliche bizantine, con i loro mosaici "rutilanti d'oro" è lì ancor oggi a testimoniarlo, assai meno lo sono quelle che legano la nostra città a Erevan e all'Armenia, una delle entità storico-geografiche più antiche del mondo occidentale. In ogni caso elevatissimo è il significato dell'occasione che ha costituito il principale motivo del concerto a Erevan, ovvero le solenni celebrazioni del 1700° anniversario della proclamazione della Cristianità in Armenia (301-2001), prima nazione cristiana al mondo, celebrazioni che hanno avuto il loro culmine proprio nel concerto del 23 luglio 2001, tenutosi presso lo "Sport and Art Complex", i cui spalti sono stati gremiti da un pubblico di oltre ottomila persone. Al Coro e all'Orchestra Filarmonica della Scala si è unito il Coro da Camera di Erevan, dando così fisicamente voce all'antica e sofferta spiritualità di questo popolo posto ai lembi estremi della cristianità, mentre la sera successiva nella magica città che si riflette sul Bosforo, è stato invece il TRT Istanbul Youth Chorus a fondersi con le voci scaligere.
L'isolamento del popolo armeno, oggi disperso ovunque nella diaspora, ha fatto sì che esso si serrasse attorno ai propri antichi simboli ed alla comune religione. Tutto questo, assieme alla memoria dello sterminio, del primo grande genocidio del secolo ora trascorso, ha indubbiamente conferito al progetto di Ravenna Festival significati profondi come hanno sottolineato le stesse parole del Katholicós Karekin II, Patriarca supremo di tutti gli armeni: "La missione che il Ravenna Festival promuove con le sue Vie dell'Amicizia è cara e vicina allo spirito del popolo armeno, la cui vita è ancorata ai valori del cristianesimo da 1700 anni e che
sempre ha aspirato alla pace. I ponti più solidi e duraturi sono quelli che poggiano su fondamenta culturali. Il linguaggio dell'arte non ha bisogno di traduttori ed ancor più quello musicale, che con immediato influsso nobilita gli animi, avvicina le persone e rende comprensibile il dialogo fra i popoli. Le sublimi musiche dirette da Riccardo Muti hanno risalito i dolci pendii del Monte Ararat, sacro a tutti gli armeni, fino alla sua impervia cima, là dove si posò alfine l'arca salvifica di Noé. Queste note invocano la buona volontà di tutti gli uomini e risuoneranno in tutti i luoghi della terra. Benedica il Signore tutte le vie della pace e tenga saldi tutti i ponti dell'amicizia."
Il "Ponte di fratellanza" dell'edizione 2002 di Ravenna Festival, il cui tema-dedica "New York, 11 settembre" rimandava in modo laconico quanto terribilmente evocativo ai tragici eventi che nel 2001 sconvolsero lo scenario internazionale, lasciando il mondo attonito e sgomento, non poteva che condurre alle soglie della voragine di Ground Zero, vera ferita apertasi sull'umanità tutta e non ancora rimarginatasi. In quel luogo che è divenuto meta di pellegrinaggio per uomini di tutte le fedi e le razze è risuonato – in un silenzio assoluto, così innaturale nel cuore della metropoli - il Va, pensiero (che parla di "torri atterrate" e "crudi lamenti") diretto da Riccardo Muti, reduce come le voci del Coro della Scala, e tutti i magnifici Musicians of Europe United (in memory of the victims of the Twin Towers' tragedy and of all the victims of violence in the world) da un'emozionante concerto nella gremitissima Avery Fisher Hall (presso il Lincoln Center, "casa" della New York Philharmonic). Il programma stesso è stato concepito per sospingere emozioni e ricordi, con quell'insuperabile potere evocativo – perché indicibile al di là delle parole, di cui solo la musica conosce i segreti: L'Eroica di Beethoven, con la sua esplosione di forze oscure e la sua lancinante marcia funebre; il già ricordato coro del Va, pensiero, con la sua nostalgia di giustizia ed il senso della profondità delle radici; e –infine – il Tutto cangia, il ciel s'abbella, dal Guglielmo Tell di Rossini, "con la purezza di luce della sua tonalità di Do maggiore – sono parole di Riccardo Muti – che è come un appello alla speranza".
Il Ravenna Festival ha voluto così "volgere lo sguardo a quelle novelle, simbolicamente bibliche, 'Torri di Babele' - nelle parole di Cristina Mazzavillani Muti - che tutto hanno sepolto e dalle quali solo con la conoscenza e l'amore potremo risorgere insieme, migliori di prima" e l'ha fatto in modo ancor più "corale", musicalmente ecumenico che nelle precedenti occasioni, chiamando all'appello tanti dei più valenti musicisti di quelle "storiche" orchestre che costituiscono il vanto ed il tessuto connettivo dell'Europa musicale. Non solo, ma ai Musicians of Europe United (che rappresentavano ben 11 nazioni europee e 19 orchestre) si sono aggregati, in un sodalizio senza precedenti, anche molti dei componenti della New York Philharmonic, rendendo sonora come non mai l'idea stessa di "ponte" musicale, gettato al di là dell'Atlantico, a partire dalla vecchia Europa, per portare un messaggio di solidarietà ad un popolo fratello (fatto di tanti popoli e genti) che in se stesso esemplifica il senso e la possibilità di una convivenza pacifica e operosa, in un irripetibile melting pot di culture, idee, sogni, utopie, religioni.
Lasciateci l'orgoglio di pensare che la nostra piccola Ravenna, crocevia di tante storie, ha preso questa volta per mano Italia ed Europa e, attraverso canto e suono, le ha portate ai piedi di quelle torri che non esistono più ma nella nostra memoria sono il simbolo più struggente di una commozione che non può e non deve rimanere sterile.
L'ultima visione si è profilata all'orizzonte come una sorta di miraggio nel deserto; le vie dell'amicizia, i nostri ponti di fratellanza ci hanno condotti ancora una volta al di là del Mediterraneo, culla di civiltà, fino al Cairo, ai piedi delle grandi piramidi e della Sfinge, dove sono risuonate per la prima volta la Grande symphonie funèbre et triomphale di Berlioz, ed il secondo atto dell'opera Orfeo ed Euridice di Gluck, eseguiti dalle compagini unite per l'occasione dell'Orchestra Filarmonica della Scala e dell'Orchestra di Ravenna Festival, dei cori dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia e del Maggio Musicale Fiorentino, dell'Orchestra e del Coro del Teatro dell'Opera del Cairo diretti da Riccardo Muti.
Ed è lo stesso Muti a raccontare il significato del suggestivo e solenne programma di un concerto sicuramente irripetibile:
Il brano di Berlioz, la Grande Symphonie funèbre et triomphale, che finisce con questa invocazione di gloria per gli eroi caduti, acquista un valore universale se pensiamo a tutti gli eroi della libertà in senso generale, senza distinzioni di razza o di fede. Nel secondo atto dell'Orfeo, invece, dapprima abbiamo le Furie, protettrici delle porte dell'inferno e  quindi del mondo del male, poi il canto di Orfeo ammansisce tutti. Alla fine trionfa un messaggio positivo, le nubi vengono diradate dal sereno. Entrambi questi brani, poi, al di là del rasserenamento, della gloria o dell'invocazione, della luce su chi ha dato il sangue per la libertà, hanno in comune un collegamento con il regno dei morti. E naturalmente le piramidi sono prima di tutto luoghi tombali e rappresentano il regno del sonno eterno, inteso non solo come il riposo dei faraoni e del popolo egiziano in generale, ma anche come desiderio e speranza della pace per tutto il mondo.

Ancora nel deserto, ma questa volta in quello siriano intorno alla capitale Damasco, si soffermano il 25 luglio del 2004 le "Vie dell'Amicizia". A Bosra, la favolosa città che nel settimo secolo era nota fin nei più remoti Paesi d'Oriente, l'antico teatro romano fa da cornice all'esecuzione di brani della Norma di Vincenzo Bellini e dei Pini di Roma di Ottorino Respighi. Sui gradoni un pubblico di migliaia di persone ascolta rapito le note e le voci dell'Orchestra Filarmonica e del Coro della Scala, a cui si uniscono musicisti dell'Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana e il Coro del Conservatorio Superiore di Musica di Damasco diretti da Riccardo Muti. La Siria è un paese lontano da Ravenna e dall'Occidente per cultura e tradizioni, ma il "Ponte di fratellanza" gettato dal Festival riesce a cancellare anche le differenze più profonde. Il Maestro tiene una lezione per gli orchestrali locali in un misto di italiano, inglese e gestualità. Eppure la musica fa che si capiscano. Ad ogni rullare in crescendo dei timpani, durante il concerto, parte un lungo applauso. Ma è proprio così che il pubblico rende il più grande onore all'evento.

Le rovine pressoché intatte di un altro anfiteatro romano ospitano il 4 luglio 2005 il cammino delle "Vie dell'Amicizia". Ravenna Festival continua a muoversi lungo il Mediterraneo ed arriva in Tunisia, nuovamente nel deserto, nell'isolata El Djem, la città che entrò nella leggenda quando l'eroina berbera La Kahena si rifugiò proprio nell'anfiteatro trasformato in cittadella nel settimo secolo. Il programma prevede l'esecuzione del Mefistofele di Boito, il maestro Muti dirige sotto le stelle l'Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino. La bacchetta del direttore è pronta ad alzarsi per evocare l'incanto dell'Arcadia quando accade l'impensato: nell'aria, improvvisamente, si leva sommesso il lamento del muezzin per la preghiera della sera. La voce salmodiante diventa sempre più forte, Riccardo Muti interrompe il concerto. Un gesto di rispetto: "Era giusto che mi fermassi – spiega – per rispetto, ma anche perché la preghiera del muezzin ben si inseriva in quel momento dell'opera". La fusione fra il canto islamico e l'esecuzione dell'orchestra è quell'anno il simbolo più forte del "Ponte di fratellanza" che Ravenna Festival getta fra i popoli attraverso la musica.

E nel 2006 le "Vie dell'Amicizia" si spingono ancor più ad occidente seguendo le rive africane del Mediterraneo. La meta è Meknès, la città degli ulivi, regina del Marocco imperiale. Il 17 luglio, accanto ai marmi e ai mosaici colorati della porta moresca di Bab el Mansour, l'Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino accolgono alcuni musicisti dell'Orchestre Philarmonique du Maroque per eseguire sinfonie e pezzi sacri verdiani. E anche questa volta accade l'imprevisto: dopo gli inni nazionali, prima che si levino le prime note della Forza del destino, è la furia degli elementi a scatenarsi, con un piccolo improvviso tornado che scuote i riflettori e le bandiere, agita le pagine degli spartiti e fa piovere una miriade di gocce sabbiose sul pubblico e gli orchestrali. Riccardo Muti continua a dirigere e contrasta la bufera lanciando con la sua bacchetta una tempesta di note, mentre i musicisti del Maggio, con cui ha una lunga complicità, lo seguono sicuri. Per l'infittirsi della pioggia non può essere eseguito il Te Deum finale. Ma l'obiettivo che Ravenna Festival si prefigge costruendo un "Ponte di Fratellanza" fra l'Adriatico e il Marocco è raggiunto, come commenta il Maestro: "Verdi commuove, annulla le differenze razziali, culturali e religiose e va direttamente al sentimento più profondo".

"Concerto per il Libano" è stato l'appuntamento con "Le Vie dell'Amicizia" del 2007 che si è svolto, grazie alla straordinaria ospitalità concessa dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel Cortile d'Onore del Palazzo del Quirinale.
Il Libano sarebbe dovuta essere nuovamente la meta designata per il 2007 per l'undicesimo viaggio. Il progetto prevedeva due concerti, a Baalbeck e Beiteddine (città simbolo e testimonianza delle diverse radici culturali e storiche del Paese), e in chiusura un omaggio musicale al nostro contingente militare di stanza a Naquoura.
La drammatica escalation nelle ultime settimane dal concerto ha reso impossibile l'attuazione del viaggio. Da qui l'idea di organizzare in Italia il "Concerto per il Libano" in un luogo di alto valore simbolico dell'impegno italiano in quella Terra che, grazie alla sensibilità del Presidente della Repubblica, è il Quirinale.
Le luci ed i suoni della "Casa degli Italiani" per una sera sono stati così rivolti a oriente: in stretto accordo con le autorità libanesi e i suoi rappresentanti, che con tanta gioia avevano collaborato alla organizzazione dell'appuntamento.
Riccardo Muti, ancora una volta testimone e protagonista ha diretto l'Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino, solisti Olga Borodina, Alexia Voulgaridou, Mario Zeffiri e Ildar Abdrazakov, nella Messa da Requiem di Giuseppe Verdi.
Il Concerto ha visto inoltre la partecipazione straordinaria di Sœur Marie Keyrouz, artista libanese la cui voce sublimeha introdotto il concerto.

Nel 2008 il cuore del Mediterraneo è tornato al centro  delle rotte delle Vie dell'amicizia. Il dodicesimo pellegrinaggio musicale di Ravenna Festival si è mosso dall'antico porto romano di Ravenna alla volta dell'antico approdo fenicio di Mazara del Vallo in Sicilia, porto che oggi ospita la più imponente flotta di pescherecci del nostro Paese.
Qui, di fronte ad una platea di oltre 4000 persone, Riccardo Muti ha diretto i complessi del Maggio Musicale Fiorentino in alcune tra le più intense pagine sacre di Verdi e Rossini: del primo lo Stabat Mater ed il Te Deum dai Quattro pezzi sacri, mentre del compositore pesarese quel grande affresco drammatico che è lo Stabat Mater. Insieme all'Orchestra e al Coro (diretto da Piero Monti), ad interpretare la pagina rossiniana sono chiamate alcune delle voci più importanti del panorama lirico internazionale: il soprano Elaine Alvarez, il mezzosoprano Olga Borodina, il tenore Mario Zeffiri e il basso Ildar Abdrazako.
Il concerto è stato dedicato Giovanni Paolo II, sommo esempio di pellegrino e messaggero di pace che ha sempre operato per instaurare la fratellanza universale, idea perfettamente calzante alla comunita mazzarese, una realtà che rappresenta un esemplare modello di convivenza dove gli oltre 7000 tunisini che abitano nell'antica casbah nel cuore della città antica, ogni giorno calano le reti al fianco dei pescatori siciliani. 
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