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Chiostro Biblioteca Classense

La Biblioteca Classense deriva il proprio nome da Classe dove, presso la basilica di Sant’Apollinare, sorgeva il monastero dei Camaldolesi (ramo dell’ordine benedettino) della cui biblioteca – una raccolta di testi sacri e profani di scarso interesse – si ha notizia fin dal 1230. Ma è solo nel 1515 – dopo il trasferimento in città – che nel monastero comincia a costituirsi una libreria, di interesse bibliografico e consistenza peraltro ancora trascurabili; essa era infatti finalizzata pressoché esclusivamente all’educazione dei monaci, come si può evincere dall’esame del più antico inventario rinvenuto (risalente al 1568), che enumera una sessantina di opere dei secoli xv e xvi, tutte (se si escludono due volumi di Apuleio e Stazio) di argomento teologico – religioso.
Dal primo nucleo della fabbrica, destinata nei secoli successivi a notevoli ampliamenti, fa parte il primo chiostro, il cui lato senza colonne è quasi interamente occupato dalla bella facciata barocca di Giuseppe Antonio Soratini (1682-1762) – architetto e monaco camaldolese – con un grande arco, un’ampia finestra balconata e, in alto, in una piccola nicchia, il busto di San Romualdo, il fondatore dell’eremo di Camaldoli. All’interno è notevole, a pianterreno, il refettorio dei monaci detto comunemente Sala Dantesca perché vi si svolge abitualmente. dal 1921, il ciclo annuale delle Lecturae Dantis.
Preceduto da un vestibolo con ai lati due telamoni del xvi secolo e due lavabo (pure cinquecenteschi) sormontati dalle piccole statue di S. Benedetto e S. Romualdo, il refettorio – al quale si accede attraverso una porta splendidamente intagliata nel 1581 da Marco Peruzzi – presenta all’interno i pregevoli stalli intagliati sempre dal Peruzzi, il pergamo rifatto nel 1781 da Agostino Gessi, gli affreschi del soffitto, opera di allievi di Luca Longhi (1507-1590) e, soprattutto, sulla parete di fondo, il grande dipinto del Longhi (purtroppo danneggiato nella parte inferiore dall’inondazione del 1636) raffigurante le Nozze di Cana, penultima opera del pittore ravennate.
Il resto dell’edificio è successivo: il secondo chiostro, più ampio e luminoso del primo, venne edificato tra il 1611 e il 1620 su progetto dell’architetto toscano Giulio Morelli e reca al centro una cisterna realizzata nei primi del ’700 da Domenico Barbiani.
Inizia in questo periodo l’ampliamento della fabbrica, che l’accresciuta consistenza del patrimonio bibliografico rispetto alla prima libreria monastica rendeva improrogabile: tale ampliamento culmina, all’inizio del ’700, con l’edificazione, su progetto di Soratini, dell’Aula Magna; essa, nonostante l’ammonimento di origine senechiana contro l’esteriorità posto ad epigrafe dell’ingresso (In studium non in spectaculum) colpisce immediatamente per la sua armoniosa eleganza, che ne fa un vero gioiello dell’arte barocca.
Il principale artefice del decollo culturale del monastero e dell’enorme sviluppo della libreria – anzi il suo vero fondatore – fu l’abate Pietro Canneti (1659-1730). Uomo di vastissima erudizione, fu in rapporti di amicizia con i più importanti intellettuali del tempo (basti citare Ludovico Antonio Muratori e Antonio Magliabechi), partecipe attivo, come membro dell’Accademia dei Concordi (rinata nel 1684 all’interno del monastero di Classe) del rinnovamento letterario dalla fine del ’600, fu filologo di rara penetrazione (sono noti soprattutto i suoi studi sul Quadriregio di Federico Frezzi) ma, soprattutto, bibliofilo di acume ed esperienza davvero straordinari: a suo merito va infatti ascritto l’acquisto alla Classense di opere di pregio che trasformarono una raccolta libraria di modesta consistenza in una grande realtà bibliografica, vanto e punto di riferimento fondamentale per la vita culturale della città.
L’incremento del patrimonio bibliografico continuò anche dopo la morte di Canneti e determinò un ulteriore ampliamento della fabbrica: tra il 1764 e il 1782 infatti i monaci camaldolesi edificarono, in una sopraelevazione oltre l’Aula Magna, altre tre sale di cui la maggiore (la Sala delle Scienze, così detta perché destinata ad ospitare i volumi scientifici), disegnata da Camillo Morigia (1743-1795), venne magnificamente ornata di scaffali e stucchi; il dipinto sul soffitto e del pittore siciliano Mariano Rossi (1731-1807) e raffigura la Fama che guida la Virtù alla Gloria mostrandole il tempio dell’Eternità: in essa si trovano anche due mappamondi del cosmografo settecentesco Vincenzo Coronelli (1650-1718).
L’ultima fase di ingrandimento dell’edificio cessò nel 1797 con l’elevazione di tutto il lato sud-ovest e l’aggiunta di altre sale atte ad accogliere l’ormai imponente patrimonio bibliografico. Alla soppressione napoleonica dei monasteri dell’anno successivo, il complesso monumentale venne assegnato al Municipio; dal 1803 la Biblioteca divenne istituzione comunale e raccolse tutti i fondi librari appartenenti agli altri conventi soppressi della città.