© Luca Concas

Il canto ritrovato della cetra

The Sixteen
direttore Harry Christophers

Super Flumina Babylonis


William Byrd
(1539/1540-1623)
Diliges Dominum
Christe qui lux es et dies

Arvo Pärt (1935)
The Deer’s Cry

William Byrd (1539/1540-1623)
Diliges Dominum
Christe qui lux es et dies

Arvo Pärt (1935)
The Deer’s Cry

William Byrd
Emendemus in melius

Arvo Pärt
The woman with the Alabaster Box

Thomas Tallis (1505-1585)/William Byrd
Miserere nostri

Philippe de Monte (1521-1603)
Super flumina Babylonis

William Byrd
Quomodo cantabimus?

Arvo Pärt
Nunc Dimittis

William Byrd
Laetentur coeli
Tribue Domine


soprani
Jessica Cale, Sally Dunkley, Katy Hill, Emilia Morton, Elin Manahan Thomas, Charlotte Mobbs
contralti Ian Aitkenhead, Daniel Collins, Edward McMullan, Kim Porter
tenori Simon Berridge, Jeremy Budd, Mark Dobell, George Pooley
bassi Ben Davies, Rob Macdonald, Tim Jones, William Gaunt


Raccogliere l’eredità della polifonia inglese del Cinquecento e del Seicento e trarne insegnamenti per interpretare opere corali del XX secolo è la ragione di vita del gruppo corale britannico The Sixteen, diretto da Harry Christophers. E Super flumina Babylonis altro non è che il salmo, musicato da Philippe de Monte, in cui si narra del popolo ebraico che, in esilio dopo la distruzione di Gerusalemme, appende le proprie cetre ai salici rifiutandosi di cantare in terra straniera. Il tema del concerto sta appunto nel “far risuonare le cetre” di autori nati in contesti di oppressione culturale e religiosa: come William Byrd, attivo alla corte anglicana di Elisabetta I, che da cattolico dovette comporre con prudenza; e Arvo Pärt che, quattro secoli dopo, nell’Estonia dominata dal potere sovietico, si scontrò duramente con la censura.


Programma di sala
I testi